Clelia Sorrentino

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UNA PANCHINA
PER DAFNE


di Clelia Sorrentino

Edizioni Ripostes - Salerno 1884
Per gentile concessione dell'autrice

La "panchina" è il luogo simbolico e realissimo in cui si consuma il destino erotico ed esistenziale di Dafne, una donna straordinaria ed ordinarissima, che si lascia penetrare, ma non possedere, dalla forza, presunta o vera, dell’altro sesso. La benda, che protegge i suoi occhi durante l’atto amoroso, le consente una difesa oltranzista dalla fallacità di una vita senza senso.
La "panchina", archetipo di una condizione marginale e subalterna, assume nel romanzo la specifica funzione di ribaltamento storico di una condizione di sopravvivenza, che avvolge la protagonista della vicenda e, intorno a lei, le donne, compagne di esaltazione e di disincanto.
Il linguaggio si raddensa su livelli diversificati, assecondando, soprattutto nell’ultima parte, la voglia di aderire ad una realtà degradata, fatta di uno slang quotidiano, carico di violenta sopraffazione.
Sopravvivenza e sopraffazione sono, dunque, i motivi conduttori di un’opera, che acquista una intensa rifrazione concettuale, quando medita, in toni non consunti, ma biograficamente originali, sul rapporto uomo-donna, tra cecità e chiaroveggenza, come il centrale richiamo al mondo dei tarocchi conferma.
Anche questo, come gli altri spartiti narrativi dell’autrice, esprime una sulfurea aderenza alle cose del mondo, che non esclude una traboccante astrazione: passione e ragione, come nella più autentica tradizione meridionale, si congiungono per esaltare e raccontare la presenza e l’assenza di una femminilità che, alla fine, nella maternità ritrova il bandolo della propria continuità.
Dall’apparente babele di parole e di situazioni emerge l’immagine di un mistero, che si svela gradualmente, pionieristicamente, inneggiando alla libertà, ma assaporando anche il piacere recondito di tesori, degni di essere preservati da un’usura disumanamente selvaggia. Il romanzo si carica, cosi, di violenza e di dolcezza, di ironia e di verità, rivelando la tensione creativa di una donna, che vive una condizione naturale, avida di prospettive dialettiche e di rifrazioni drammatiche.

                                            Francesco D’Episcopo

La Campania, Napoli, Torre del Greco, il golfo, le isole, il Vesuvio che incombe, il terremoto che sommuove, il bradisismo che fa ondeggiare la terra...; la gente che viveva sul mare, del mare, per il mare... e che ora non vive più - sopravvive - di contrabbando, di traffici illeciti, di truffe, di rapine, di furti grandi e piccoli e ha perduto il canto e la poesia che la faceva ricca anche nella povertà. Era povertà, adesso e miseria. Perché era viva e vissuta e adesso è squallida e senza riscatti. Un mondo di allucinati, ubriachi, drogati, martirizzati dalla follia di aspirazioni, tutto sommato, meschine, senza grandezza, senza qualità. Qualcuno si ribella. L’unico modo concreto e andarsene, emigrare in luoghi più ampi, dove c’è uno spazio più vasto e un tempo più largo. Il ritmo del tempo misurato sulle lontananze - una volta quelle dei lunghi imbarchi - oggi quelle dell’esigenza di migrare definitivamente, per trovare altrove quel lavoro che qui ormai non si riesce a trovare - segnato sempre dal ricordo - amaro - di quello che si è perduto e non si recupera più. Non si sa, non si può più ritrovare, perché tutto è mutato e perduto, scomparso, affondato in miserie che sono sostanzialmente le stesse. Le solitudini affettive, cercate, magari, per non rivelare neppure a sé stessi la profondità delle proprie sconfitte. E' il mutato mondo delle donne, una volta chiuso formalmente nella operosità della casa, faticosa e ripetitiva, monotona e limitante, ma oggi allo sbaraglio in complesse ricerche di autonomia e di indipendenza, facili e spontanee in alcuni casi, in altri complicate, deludenti e amare...

                                                           Adele Faccio

                  Filava Melis, al fuso un filo fine. Saffo

CAPITOLO I

Il posto deve essere questo senz’ombra di dubbio: ha preso appunti. Dopo il cancello, sentiero a sinistra, fontanile, poi a destra attraverso il bosco, sempre diritto per circa un chilometro.
Punto di riferimento: il laghetto. Quindi il bosco più fitto, secondo cancello, di solito accostato: cigola infatti sinistramente su un’ulteriore strettoia. All’improvviso, nonostante il fiatone per la salita, lo squarcio che abbaglia.
Una radura da scenografia, spiazzo circolare, rotondo, a picco su lidi frastagliati, scoscesi dirupi. Dal lato opposto verdeggiano colline alternate a promontori rocciosi tra agavi, fichi d’India, ginestre.
La cima innevata del Vulcano sovrasta la vallata con azzurri laghetti e ripide pareti. Stratificazioni di rocce vulcaniche vanno a strapiombo sul fiume. Intorno, vis-a-vis qualche panca a debita distanza, e aiuole variegate per sfumature di verde, fiori in boccio. Sembra un posto privato per quanto e curato.
Un giardino all’italiana. Non mancano due fontane gemelle con amorini che giocherellano a soffiarsi acque. Sull’estrema destra la casina ombreggiata da tendoni per uno snack, ricavata da una vecchia piccionaia.
Siede sulla panchina segnalata, quella di centro, che affaccia direttamente sul golfo, cinta alle sue spalle da un’alta siepe fitta, misteriosa: ci si affida illanguidita.
Il signore con cui ha appunta- mento ha del gusto, non c’è che dire. Il paradiso, tutto per sé. E in anticipo. Ha deciso.
Questo il suo quartiere generale, la finestra sul mondo, la sede di quelle scoperte che dalla vita le sono state finora negate, o, bisogna che lo ammetta, che lei, troppo compresa nei ruoli dalla tradizione affidatile, dal ristretto angolino di mondo in cui era rifugiata, non si è affacciata a scrutare, a indagare.
Infatuata da quanto le pareva aver conquistato per sé, cieca a spettacoli e ad avvenimenti più vasti.
Si stiracchia, abbacinata dalla distesa verde-azzurra mitigata da pini secolari, ombrelloni naturali intorno alla radura. L’abbraccia. Pini marittimi, palmizi, tronchi squassati, squamosi d’anni, scaglie che si sovrappongono come sulla sua faccia le grinze.
Cime e ciuffi di palme sventagliano fronde alle brezze di un maggio clemente, confondono mormorii a lontani giochi di bambini, a sospiri di bambinaie, a brontolii rassegnati di anziani, a rombi di motori, echi stanchi, sfocati della città.
Si intrecciano i bisbigli mentre estrae dai tasconi fili di lane, gomitoli per creare tasselli. Comporranno uno scialle, chissà, una coperta, senza disegno preciso. Mani occupate, pensieri che spaziano sgombri da concentrazioni intellettuali o da angosce di ricordi sgraditi.
Una catenella tira l’altra, sovrapposizioni, orditi di tessitura imbastiti con il piccolo uncino in alternanze di punto basso, punto alto, cordonetti intrecciati di lane, cotoni, lini, in quadrati, triangoli, tondi, da organizzare quando avrà. voglia di più vasti progetti. A casa si sentiva vecchia.
Il tempo, nonostante il da farsi aveva il suo peso di piombo, scorreva pigro, pedante, tra fatiche, delusioni, confusioni, umiliazioni. Qui è magico, fluido in questo oziare. Ritrova i vent’anni in una primavera tardiva, ancora capace di emozioni. Maggio la irrora, le pervade i sensi.
E' ricca di vita, una miliardaria che non possiede una lira. Tornano vergini, intatte, le sensazioni che provava da. ragazza: sentirsi viva, percepire, assorbire, lasciarsi inebriare dagli umori del parco che spazzano via gli anni della routine.
Non c’è anima viva nello spiazzo, eppure non è sola. Abbandona il lavoro in grembo, si dona ispirata, occhi socchiusi, viso levato al cielo, alle voci fruscianti degli alberi.
Non solo, e c’è dell’altro, più vicino a lei, esattamente alle sue spalle. Mette da parte fili e uncinetto, si sporge, sbircia tra le fronde fitte della siepe, anzi, per meglio penetrare con l’occhio, si crea uno spiraglio spostando piano il fogliame con entrambe le mani.
Non crede a ciò che vede. - Gesù, alla luce del giorno, come bestie! - Dall’agitazione non può restare all’inpiedi, si china scandalizzata sullo squarcio tra le foglie, cosi da essere più aderente al posto di osservazione.
Sulla panca, spalla a spalla con quella da cui osserva, una giovane donna vestita di scuro, coperta di tutto punto, gli occhi, la fronte, parte del naso fasciati in una lunga benda nera, è in ginocchio. Vivono di lei due narici frementi, dalle labbra socchiuse respiri affrettati.
La scorge di profilo, e il caso di dire sigillata nel corpetto fino al collo. Ampia gonna longhette, stivali neri, castanoramati i lunghi capelli imbavagliati anch’essi dalla sciarpa sulla nuca. Stormisce, tutt’uno con le fronde, ai movimenti di un tizio di sicuro più maturo di lei, grosso naso, testa liscia corvina, rada alla tempia, innaturale nel suo ordine: sembra tinta.
Ginocchioni anche lui, e completamente aderente dietro, anzi dentro di lei fino a confondersi. Le sembra di averlo visto da qualche parte quest’essere oscuro, impenetrabile... Ma dove?
Con l’età la memoria fa cilecca, si sa. Dal completo di grisaglia grigia, la parte bassa coperta dalle pieghe della gonna, fuoriescono i terminali dei pantaloni e nere scarpe lucide.
La bocca spalancata nell’estasi, gli sfuggono suoni disumani come muggiti, barriti stravolti, mugolii che il vento dissemina, disperde. Suo malgrado da curva che era, cade ginocchioni anche lei, Dafne, sulla panca. Palpita, dorso all’aria, del delirio dei due.
A dispetto del suo essere scandalizzata, soffre della tortura di Tantalo. Irresistibile forza d’attrazione le si propaga attraverso l’amore degli altri... Stende il braccio, vaneggia?, vorrebbe afferrare anche lei con tutto il suo vecchio corpo, nell’istinto umano più naturale del mondo...
Per la prima volta sa che poteva esserci un altro modo anche per lei, non un obbligo frettoloso senza variazioni sul tema, senza i crescendo cui si strugge, non protagonista, negletta. L’uno nell’altra il duo non viene sfiorato dal dubbio, dal pudore di venire scoperto essendo probabilmente tale rischio calcolo premeditato, componente essenziale dell’esaltazione en plein air.
Il perché della benda di lei: un obbedire cieco ai voleri del suo signore, un affidarsi a uno sconosciuto (1’uno vale 1’altro), o una propria necessita di mistero, un aderire totale al buio in cui questo sinistro compagno, imbalsamato e massaggiato a un tempo (Dafne non può non rabbrividire istintivamente in un connubio attrazione-repulsione) dentro il suo essere affonda?
Ma questi non la smettono mai; possibile che non accenni a diminuire il loro tormentoso galoppo come in una sinfonia in cui il variare dei tempi non denota perdita di tensione, anzi rimescola anche lei, alla sua età, in una fregola mai provata, indipendente dalla volontà. O forse lo vuole provare anche lei questo spasimo, questa croce e delizia che la inchioda, sedere per aria, mani anchilosate ad ampliare la visione, sguardo affascinato alla panca.
Non scappano mica, come fachiri, incuranti dei ferri del sedile che sbucciano loro la pelle, di certo rendono le ginocchia doloranti.
E allo stremo Dafne, vibra all’unisono coi loro movimenti parossistici, si dimena, vittima della stregoneria che la unisce alla coppia diabolica. La ragazza smania spossata, ora le fuggono lamenti flebili, una follia che trova risonanza nella femminilità di Dafne negata fino ad oggi; agita i fianchi, lui da colpi da animale ferito, selvaggiamente si spreca, forsennato digrigna i denti, serra gli occhi, la faccia accartocciata dallo spasimo.
Ora le imbavaglia la bocca nel palmo della mano ad evitare 1’urlo, con forza sovrumana le infligge l’ultimo colpo, la spacca in due, poi sfiacchito le muore entro la gonna sbattendola lunga distesa sotto di lui contro la panca.
Ancora affanna, la bocca vogliosa appassita le bacia gli orecchi, di certo alita intime cose. Lei sempre supina, immobile, non partecipe. L’uomo non vuole perderla, protrae ancora l’ebbrezza, l’avvinghia, la stritola sotto di lui nei guizzi di un abbraccio agonizzante. Lei non da segni di vita o forse li cela sotto la fascia.
Suda e trasuda Dafne nel primo fremito risolto di sessantenne cui si svela un mondo inatteso. Ora l’uomo estrae dalla tasca spessi occhiali da vista, emerge abbottonato dal corpo di lei, i pantaloni lievemente spiegazzati.

 


                   Clelia Sorrentino negli anni 70

Si guarda in giro sospetto, rassicurato assesta le stanghette delle lenti più volte; deve essere gesto abituale. Chi sarà mai, un attore? Sembra finto dopo il momento di verità. Gli cogli in un baleno l’ironia dello sguardo, il ghigno sulla bocca sfiorita.
Goffamente le ricompone la sottana, la solleva, la siede accanto a sé. Lei una vera signora. Vera? in quella pubblica posizione indecente, senza scomodare monsignor Della Casa, che ne direbbe Willy Farnese o il più attuale bon-ton? Piuttosto un insolito fantoccio umano cui l’apprendista stregone dà. la carica, l’animazione. Lui adesso, dorso a punto interrogativo, vorrebbe scoprirla, svelare il mistero della benda sugli occhi; la ragazza scuote il capo, si nega. Concessasi tutta nel più perverso corpo a corpo, si trincera a difendere l’intimità del pensiero, a non farsi derubare di quel che ha dentro. Quel che resta le appartiene, si lascia fare ma non si espone, non si lascia frugare nell’intimo.
Scatta come molla a lungo trattenuta, Dafne. Qualcosa, un oggetto duro, con una punta, la tasta, le indaga il groppone in più punti e sotto il largo grembiule (è ancora ginocchioni), un fiato caldo l’annusa, le umetta le cosce. Ma guarda, un cane, un bastone! Il cieco dell’inserzione. E lei che se n’era dimenticata!
Zompa all’inpiedi dinanzi all’invasore che ora fruga a vacante col suo bastone. - Dafne? Dove cacchio s’è ficcata - smadonna a destra e a manca. Nella confusione, colta in magagna, lei dà la zampa, ma che dice?, la mano, ad entrambi, cane e padrone.
Da quando e sola fa fatica sempre maggiore ad entrare nella realtà. E quello dell’appuntamento in questa parte precisa del parco. Cercava una lettrice tramite inserzioni pubblicitarie; Dafne invece una ragione di vita nel posto ove si è rifugiata, una città nuova per lei dove essendo una sconosciuta può comportarsi come sente e più le piace. Gli deve la goduria di questo posto di sogno, anche se le ha guastato sul più bello un momento di intimità a... trois.
Chi l’avrebbe mai detto, lei guardona per caso, lei ficcanaso nelle intimità altrui... Con voce sospettosa senza mordente, da mondi astrali, il tipo indaga cosa facesse accosciata sulla panca. Incredibile! L’ha sentita attraverso il bastone oppure l’ha preceduta, sulla stessa panchina, seppure privo del bene della vista, in un’intensa attività voyeuristica?
Non commenta, forse è deluso, la pensava più giovane, la voce tutt’altro che spenta lo deve aver tratto in inganno. Lei è paralizzata dal disagio di non essere vista ma palpata. Si sente scoperta. Serra le gambe, si irrigidisce senza necessita.
Da. sempre la imbarazza uno sguardo perduto nel niente, la costringe a guardare il nulla lei pure. Scioccamente arrossisce anche se lui non la vede, non sa dove mettere le mani. Non trova di meglio che fare i gesti severamente proibiti dai genitori: infila un dito nel naso, lo libera da cacchette.
Ha una leggera rinite, non respira se il setto non è sgombro. E si sente libera d’improvviso. Se lui fosse un tizio normale avrebbe di già preso il furgone, invece trova il coraggio di fargli capire di frenarsi.
Lei è là per prestargli anche gratuitamente la voce, ma non tutta intera se stessa, la vita, i pensieri. Le vengono in mente come parallelo due labbra che si schiudono, nell’eccitazione s’ingrossano tumide, la fascia scura calata sugli occhi, il veto della ragazza misteriosa immobile sulla panca dietro la siepe; che ne sarà di lei? Ma pur a viso scoperto, il più enigmatico è lui, l’essere cui si affidava; chi sarà mai?
- Cosa ti ha riservato la vita per essere cosi poco umana, cosi dura? Siamo entrambi in un’età in cui si sciolgono le riserve - le fa il cieco.
- Non val la pena di trincerarsi dietro barricate. Come vedi, sono tutto allo scoperto. Tu, fortunata, puoi farti un’idea attraverso gli occhi di come posso essere io anche dentro, invece io non posseggo che queste mie mani e un bastone per sondare. Se li uso perché offendersi, perché sentirsi violati?
- La voce ha toni bassi, accorati, ora. Le sopracciglia gli si ripiegano congiungendosi su occhi vuoti, di vetro, visibili nonostante gli occhiali bronzati. Pur essendo di media statura, sembra più alto per il busto ostentatamente eretto, come chi ha lungamente cavalcato. Infatti, conferma, è stato un cavaliere; capelli sale e pepe, all’Umberto.
Indossa chiari jeans giovanili, pullovers un po’ consunti ma di buona lana su strepitosi mocassini bicolori, minuscoli però, calzerà perlomeno taglia 36 questo Mr. Cenerentolo, ma quel che è imperdonabile, mio Dio! ...corti calzini. A Napoli, nella sua città, persino ’ncoppa ’e quartieri, non esiterebbero a bollarlo da... mezzacalzetta.
All’improvviso le fa tenerezza, fermo restando il sottofondo di fastidio. Scaccia da lei la compassione che la attira verso i diseredati, i disadattati, e legge gli articoli dei quotidiani che preferisce. Pare impegnato in politica e cultura, disinteressato allo sport.
E' un intellettuale o lo è stato e la interroga sulle sue preferenze nel settore. - E' rimasta a letture giovanili, ai classici - gli dice -. Da adulta, tutte le volte che provava a leggere, difficilmente era catturata dai libri; per quanto si sforzasse, le lettere le ballavano dinanzi, divorata com’era da problemi quotidiani ed esistenziali.
La sera poi, stressata, non desiderava che chiudere gli occhi.... Marito e figli non condividevano questo suo disinteresse, la disinformazione, non le lesinavano critiche, lazzi, frecciate, che peggioravano la situazione, l’handicappavano facendola crogiolare di più nella sua ignoranza. Sebbene legga ad alta voce, anche adesso non riesce a concentrarsi.
D’un tratto però è distratta da una foto sul giornale! Si batte la mano sulla fronte. Eureka! Ora si che collega. Quell’uomo da brivido, quello della panchina, è in prima pagina sul "Messaggero".
Lo riconosce anche se sulla panca era visibile per lo più di dorso, di profilo, e poi con gli occhi serrati, faccia stravolta, spalle incassate; anzi l’aveva intravisto oltre che su varie riviste pure in visita nella sua città; e venuto all’indomani del terremoto dell’80, lei intrappolata in una babele d’ingorghi.
Divora la didascalia. Proprio lui. Che rischio in quella posizione contorta nel parco, lui, un chiacchierato membro del governo per come ha gestito i fondi del terremoto, un uomo del cui potere occulto la gente parla e straparla per cui e difficile decifrare dove il mito diventa realtà
e viceversa.
Fa sparire il foglio sull’altro capo della panca, accanto al lavoro a maglia. Dopo lo leggerà a fondo, quando sarà sola. Certamente il cieco non farà caso alla sparizione; il quotidiano e oggetto di consumo, prendi e getta.
La radura si va animando di bambinaie con carrozzine, impiegati all’uscita degli uffici, signore con cappellini dirette alla casina per un caffè.
Una ragazza grassottella, in scarpe da ginnastica, rabbonisce il cane che ringhia, le affida giacca e borsa per correre nel parco in libertà, per smaltire qualche chilo di troppo.
- Se le sta bene - la voce di Dafne recita impersonale al cieco - potrò lavorare per lei una volta alla settimana, qui, su questa panchina. Per il compenso mi rimetto a lei, anzi se ha problemi sono a disposizione gratuitamente - e nel frattempo dà una spiata alle sue spalle allargando di nuovo le fronde della siepe, ma di quei due neppure l’ombra.
La panchina incriminata vuota, un’isola tra le siepi, nascosta. Bella improntitudine; un uomo cosi importante. Lo si potrebbe ricattare. No, lei è troppo perbenino, composta, è da escludere che sia una del mestiere. Di parecchio più giovane del suo partner deve eccitarlo al parossismo per esporsi a quel modo, all’aperto, rischiando lo scandalo. Spinge lo sguardo più lontano, attorno al laghetto.
Alcuni giovani si beano dell’ultimo sole sul prato; un gruppetto gioca al pallone, poi verso il bosco, lo chiamano il boschetto degli amanti, ma a quanto pare gli amanti meglio si compenetrano sulla panca. E il pensiero si fissa attorno a quei due, per lei un’ossessione. Chissà, già veterani o alle prime armi?
- No, negli altri giorni non posso leggere per lei. Impegni già assunti - mentisce e si difende. Secondo la logica maschile vuole sfruttarla allo stremo, spremerla all’osso come lettrice.
La signorilità
non lo esime dall’accettare di buon grado la generosa offerta gratuita di una sconosciuta, anzi con degnazione, come dovuta al suo stato, omaggio umanitario alla propria disgrazia.
Neanche chiede o si domanda se Dafne può permettersi economicamente di fargli elemosina della sua voce. E intanto lei, dietro sue indicazioni, si spreca e si spolmona china sul libro, come da sempre è sua consuetudine nella vita.
Comincia lì dove Ines, la lettrice precedente, aveva interrotto; c’era un segno, un angolino piegato del volume. Si sfiata senza badare troppo ai significati pur di far risaltare gli alti - bassi - pause - crescendo - le diverse inflessioni. Ha la gola secca, e lui non accenna ad averne abbastanza. Persino il cane ai loro piedi immobile, non scodinzola per lo spiazzo.
Bestia e padrone, beati, assorbono vibrazioni, energie, attraverso la voce di lei, mentre la luce del giorno svanisce cosi come volge alla fine il Viaggio in Italia del Goethe: l’elegia di Ovidio che, condannato all’esilio, dovette abbandonare Roma in una notte di luna. "Non c’era verso che mi uscissero di mente quei suoi versi nostalgici.
E ripetetti quei distici che in parte mi rifiorirono spontanei alla memoria, ma che in realtà intralciarono e incepparono la mia vena poetica, la quale, anche più tardi rievocata, non mi rispose mai più".
Gli restituisce il libro, contagiata di nostalgia per la propria vena poetica. Dai tempi del ginnasio è inaridita. Lui le ha posto il problema: è del tutto indurita la vecchia Dafne’? - Andiamo a bere qualcosa da me, se vuoi da te. Dopo però mi riaccompagni. Hai la macchina, dove abiti? - - No grazie, non posseggo auto, non abito, dormo in un bugigattolo ammobiliato nei paraggi. E' tardi, casco dal sonno, sono spossata. Per oggi buonanotte - secca 1’accomiata.
Ha voglia di godere della panca da sola, di prendere visione del parco prima che il cielo si uniformi nell’unico colore della notte. E abituata a parlar poco, piano o per niente in tutti questi anni, ad ascoltare voci grosse, esigenti, richieste e ragioni dei despoti di sempre, padri, fratelli, mariti e figli, a reprimere le proprie istanze anche con se stessa, ad assentire per quieto vivere, a difendersi nella dignità del silenzio, nella pigrizia della sonnolenza. Riguarda sul giornale la foto dell’onorevole personaggio. Da brivido!
Eppure lei stessa ne ha subito di persona la forza carismatica inspiegabile, poco fa sulla panchina. In visita in un paese dell’est, stringe la mano, anzi ha finito di abbracciare un alto capo di Stato con cui mostra grande familiarità, tristemente noto per le repressioni in cui stringe il suo popolo.
Da quando e sola lei non compera più giornali, non ha telefono né tivu e si guarda dal tenere la conta dei giorni. Vive fuori dal mondo. Meglio ignorare quel che avviene. Di continuo angosce, costrizioni, notizie ferali. Forse è vero, è diventata sorda ai mali altrui, specie quando comportano la perdita delle proprie forze per prestarle a chi affonda, ti si aggrappa e ti trascina seco perché per lui conta solamente il proprio destino.
La pietà. ha il dovere di rivolgerla verso di sé, ultrasessantenne finora tutta famiglia ma priva di considerazione e di sfera affettiva. Aria secca, silenzio, panche vuote. L’ora della verità, la più naturale di certo, non ancora ammantata di stelle né della spettacolarità della luna, addolcita dall’assenza di bagliori e di calure solari. Già penombre lambiscono i fianchi delle colline e le palme disseminano ombre da paesaggio africano.
Tutti spariti al richiamo del desco familiare. E lei?

Nessuno l’aspetta o è in pensiero per il ritardo. E libera di rientrare quando vuole, né c’è il ricatto per doveri disattesi. Si sente ancora più disponibile, libera perché vecchia e povera, questa la sua indipendenza e il prezzo pagato non le sembra eccessivo. Cosa dovrebbe temere?
- Non vai via? - le fa la ragazza cicciottella, trafelata per la corsa nel parco, in via di indossare sulla tuta la giacca affidatale sulla panca mentre leggeva al cieco. - Tra poco chiudono i cancelli. Rischi di rimanere incastrata. - Poi consultando l’orologio e, ssss, ssss, prestando orecchio al rombo e al clacson di una macchina lontana:
- Evita quello scroccone e il suo cane. Quello impietosisce le donne con annunci solitari, cosi sverna a loro spese e spreme loro energie. Prima riesce ad adescarle, dopo poco lo mollano tutte.
Tu sei gagliarda. Non ti far far fessa. Mo’ devo andare. E' arrivato l’omo miiio con la macchina - mastica complice strizzando ironica l’occhietto.
- Digruma leccornie; gliene lancia una a razzo. Ha ripreso la sua corsa verso l’amore suo, anche se si traveste da scettica blu.

Fine Capitolo 1.
Il romanzo completo è composto di nove capitoli.
Rivolgersi all’autrice.