Salvatore Argenziano è qui pregnante di sentimento. L'afflato lirico si denota dalle prime righe. Questo racconto, a confronto con la Torre del Greco attuale, rivela il sovvertimento epocale anche nella cintura vesuviana sulla soglia pre-post bellica, la cui "napoletanità- umanistica", se così si può dire, ha avuto infine il suo colpo di letale col "68"; quindi  frantumazione di  patriarcalità, oleografia, classicismo, quotidianità a misura d'uomo e trionfo della sgherra tecnologia.   L. Mari

 

Reminiscenze di un torrese extramoenia
in quel di Bologna

Ricordi torresi

di Salvatore Argenziano
(a mio figlio)

Per gentile concessione dell'autore
© S. Argenziano 2001
40126 - Bologna - Via Goito, 18  
Tel.-Fax  051.22.15.37  arge.s@libero.it

IL QUARTIERE

Pigramente beccheggiando il gozzo accosta alla nera parete verticale dello scarillo, dominato dalla terrazza del ristorante a strapiombo sul mare. Sotto ci sono spuntoni di roccia per la scorciatoia lungomare, dal Cantiere alla Scarpetta, attenti a non cadere, senza dover aggirare l’isolato, ma non quando le onde della mareggiata di libeccio, che il molo del porto non arresta, si infrangono su quel nero fronte di lava di antiche eruzioni ed invadono la loggia e il ristorante.

Capaianca scruta le tane che conosce per tutta una vita trascorsa alla pesca lungo la costa, chino a poppa con la testa nello specchio, un cilindro di lamiera, un piccolo bidone che una volta aveva contenuto vernice trasparente per il legno brillante di una lanza da diporto, ora privato del fondo opaco, sostituito con un disco di vetro, saldato con nera pece, per esplorare la vita nel mare e i fondali. Avvolge con il braccio sinistro lo specchio e la destra pronta alla presa del lanzaturo adagiato sui bordi della poppa, se dovesse vedere la preda. L’onda lunga, residua della libecciata che puntualmente per tre giorni ha scosso i palazzi sulla scogliera, solleva e abbassa il gozzo, senza frangersi, scoprendo brune alghe e patelle e colonie di minuscole cozze attaccate alla nera roccia.

Capaianca è sceso alla spiaggia del Fronte venendo dal Largo Fontana, dove abita, in quel tratto che sta sopra la cancellata della ferrovia, nello slargo non lastricato e polveroso dove lavorano i remaiuoli, tra colpi d’ascia e lunghe sbracciate di pialla, generazione di esperti esecutori di remi che ora, ritti in piedi tappezzano la facciata del palazzo dove abita Capaianca.

L’appartamento a piano terra dà sul cortile a cielo aperto in fondo all’androne, dove si affacciano le logge del piano di sopra e dove il pesce è lavato, selezionato e preparato, nelle spaselle intrecciate, curvato per apparire vivo e guizzante, tra verdi foglie di alghe. Saliranno in centro a vendere padre e figlio e non hanno bisogno della carrettella per l’esiguità delle loro pescate, con le spaselle sottobraccio ed il cato di legno con l’acqua di mare per spruzzare pesce ed alghe, il gesto esperto come a schiaffeggiare l’acqua raccolta nel palmo della mano e poi abbandonata, nel profumo di freschezza di mare.

Attraversa la ferrovia al cancello aperto, salutando con un cenno del capo Michele, pigramente seduto fuori della garitta, in attesa del suono della campanella per la chiusura del cancello all’arrivo del treno. Passa allo slargo di sotto dove crescono altissimi gli unici alberi di basso a mare, due eucalipti dalle foglie odorose per fare il decotto per la tosse. E’ già pomeriggio ma, dopo tre giorni di maletiempo, di libeccio, è ora di uscire con la barca nella speranza di una fortunata pescata da ricavarne un buon prezzo per la carenza di pesce, anche quello delle paranze, rimaste nel porto, che sempre accompagna il mare grosso. Pensa alla numerosa famiglia e cerca di scacciare dalla mente il ricordo della figlia più grande, andata via di casa da mesi ed ora i carabinieri gli hanno portato il tesserino della schedatura come prostituta e la notizia che è stata trovata su un casino di Taranto.

Porta sotto al braccio lo specchio con dentro la marenna e il giaccone di panno scuro per la sera. Saluta con un cenno della mano gli amici seduti fuori l’uscio del barbiere e si ferma a fumare la sigaretta fuori al Caffè che è di fronte, all’angolo del vicolo di Portosalvo, con gli amici delle partite a scopa e tressette. Poi si avvia per la discesa del Fronte presto seguito da Pachialone che abita sulla scesa, in uno stipo a muro, pietosa concessione della famiglia proprietaria del palazzo, un vano lungo quanto basta per distendersi a dormire sul tavolato a cuccetta e profondo appena quanto l’enorme corpo dell’innocente omone. Pachialone scende pesantemente saltellando a dare una mano per mettere in mare il gozzo, tirato a secco nella lingua di rena tra la banchina di legno e il cantiere di don Rafele che ha sempre la sigaretta tra le labbra e accende la successiva dal mozzicone che sta per buttare. Vive di mazzette e per qualche pesce che cuocerà sulla fornacella a legna, stando sull’uscio dell’appartamento, sulla scesa del Fronte, suo soggiorno cucina e sala da pranzo. Li aspetta Ciunchetiello, seduto sui talloni, come assorto in pensieri, ma forse solo assopito nel tepore della tiepida lenza di sole pomeridiano.

Il gozzo esce dal porto, dove ondeggiano lievi le paranze, costrette alla fonda per il mare grosso, costeggia la banchina e il promontorio di Portosalvo, evitando la chiana della scarpetta. Ora Capaianca mette lo specchio in acqua, dopo uno sguardo attento al bastimento in costruzione nel Cantiere.

Lo ha visto nascere dalla impostata della chiglia, con don Bernardino, alto e magro, la testa reclinata, che ha dato la benedizione al suono festoso delle campane e distribuzione di pastarelle. E poi il crescere delle costole, come scheletro di animale preistorico e la chiodatura del fasciame di rovere con mazzole dal manico lungo che il carpentiere fa roteare e batte sul grosso chiodo, con un rantolo smorzato, a liberare i polmoni, ad ogni colpo. E’ alta la poppa, fin quasi ai balconi del secondo piano del palazzo che si affaccia sul vicolo a destra dello slargo.

A sinistra la Cappella di Portosalvo e il campanile lato mare da dove arrivano i rintocchi quotidiani a segnare le ore canoniche, mezzogiorno, ventunora e vespro, che fanno da contrappunto al concerto di colpi tambureggianti dei calafati che si spandono dal cantiere. La domenica, all’uscita dalla Messa, si fa il giro da mare per vedere il bastimento, l’enorme poppa, e qualche fortunato riesce a penetrare fin sotto alla pancia, tra puntelli e ponteggi, per toccarla mentre cresce, per l’interessata concessione di zi Michele, il guardiano del cantiere.

E’ piccolo e arzillo e ha smesso per anzianità il mestiere di navigante, ma non ha rinunciato alle avventure di amatore con le puttane, storie vere e immaginate che racconta, compiaciuto della sua mascolinità, a quelli che a sera si trattengono a fargli compagnia, stuzzicandolo nell’invenzione di sempre nuove conquiste. A volte presta il suo giaciglio nella baracca a Marittella che esercita il mestiere di vera peripatetica, vagando a sera dalla spiaggia del porto, sotto alla lopa del mulino, fino agli scogli della scarpetta, tra gli anfratti dei cantieri, dove ritrova giacigli predisposti per l’occorrenza. I suoi clienti sono quelli che non ardiscono farsi vedere mentre entrano nel basso delle due sorelle che nel quartiere, ufficialmente e più comodamente, esercitano il mestiere.

Con un polpo non si fa giornata e la pesca riprende.

Ora il gozzo costeggia i fondali del Cantiere, fino alla nuova scarpetta, quella realizzata dopo la guerra, quando il cantiere di mastu Ciccio il sorrentino si dedicò alla costruzione di paranze, a rifare la flotta affondata dai tedeschi in ritirata. La roccia a picco fu tagliata in trincea, a colpi di mazza e scalpello, ma non fino a sotto il livello del mare.

NOTE CRITICHE
LESSICO

Il varo da questa scarpetta è sempre emozionante e pieno di incognite per il salto, di circa mezzo metro, che la paranza affronta per posarsi, pesantemente, sull’acqua sottostante.

Cataste di pezzi di legno, sparse sul terrapieno che copre la scogliera, fanno da panchina a chi non ha impegni di lavoro e può oziare al tiepido sole del pomeriggio.

Il giorno del varo la Cappella di Portosalvo proteggerà la lunga corsa dallo scivolo della scarpetta che si prolunga nel mare solo per qualche metro e la maestosa barca, la chiglia stretta tra due slitte, prenderà la rincorsa su assi di legno insivate e si protenderà sul mare, quando la poppa, non più sostenuta dallo scivolo, punterà verso il basso alla ricerca di sostegno nel galleggiamento e l’acqua sollevata nell’urto sembrerà sommergerla e il respiro trattenuto esploderà al placido galleggiare nel suono di sirene e campane, tra gli applausi e le grida di liberazione.

I mastridascia hanno levigato la morbida pancia della barca con asce a mano e asceapere dal manico lungo e i calafati hanno martellato per giorni e giorni, seduti sulle loro cassette da dove estraggono la stoppa, a riempire le fessure del fasciame. Pece e catrame hanno completato l’opera di sigillatura e protezione della bella pancia e ora i pittori stendono il nero sull’opera viva che starà sott’acqua ed il bianco alle fiancate emergenti.

Ancora uno sguardo ammirato e poi la testa nello specchio, a scrutare il fondo roccioso, bruno di alghe villose, dove le carnummole si confondono con lo scoglio. Ancora pochi lievi colpi di remi e si entra nello scarillo.

Dal ristorante arrivano alla barca canti a figliola e l’allegria sguaiata della comitiva di pellegrini, già fatti a vino, venuti con infiorate lunghe automobili scoperte a tre file di posti, ora allineate in attesa nello slargo tra il ristorante e il Cantiere. Alcuni resti diroccati dalle libecciate di quel complesso di costruzioni noto come il Cantiere per precedente destinazione, che il mare assale, invade e demolisce ad ogni tentativo di ricostruzione a monito della sua possanza, ora ruderi frequentati per i bisogni corporali di operai e lavoranti dalle botteghe e dai cantieri privi di cessi, quando non è possibile acquattarsi negli anfratti della scogliera. La mareggiata ha pulito gli scogli, ora lucidi e neri, e questa sera dalle parule non verrà l’uomo col cofano in spalla a raccogliere il prezioso concime, nell’abile gesto semicircolare del lungo zappiello, velocemente percorrendo un itinerario noto di luoghi della scogliera da sempre deputati ai bisogni corporali.

Le pacchiane sono arrivate piene di collane e sciucquaglie e teste impennacchiate e gli uomini con pagliette e gilet e catene d’oro dal taschino, dopo il pellegrinaggio al Santuario.

Da molti anni la coppia esplora il fondale lungo la costa e ne conosce ogni tana, ogni anfratto dove la cernia si acquatta e la spigola viene in cerca di preda e non ha bisogno Capaianca di dare ordini sulla rotta, segnata da una linea invisibile e nota a Ciunchetiello che rema in piedi a cavalcioni dell’asse, rivolto a poppa che è la parte più bassa del gozzo, dove Capaianca si inginocchia e si protende con la testa nello specchio abbracciandolo. Lentamente la barca procede di poppa e bisogna non fare ombra sotto lo specchio, accarezzando l’acqua con i remi, non tanto per i saraghi e la cernia ma per il polpo che è furbo e percepisce l’arrivo del cacciatore dal tremolio dell’acqua. Lavora abilmente con il remo sinistro stretto nell’impugnatura con movimenti di sia e voga per ruotare la barca sul suo asse centrale, perché è ciunco della destra, ma ciò non gli impedisce di remare, con il moncherino del braccio infilato in uno struoppo di corda posto sul remo, come quelli che tengono i remi fissi agli scalmi. E’ ancora capace di lanciare con precisione il lanzaturo con la sinistra, una volta non sbagliava mai, ma ora non gli tocca più tale compito perché si lavora in coppia e il compagno ti guarda con astio per la preda fallita.

 

La notte che perse la mano era allo specchio con la lampara dietro al porto, tra gli scogli del frangiflutti, dove colonie di pesci si alimentano dei rifiuti del paese, quando avvistò il banco argenteo di saraghi e si precipitò a prua a prendere la bomba.

Dietro al mulino, a picco sul mare di Calastro, il macello scarica a cielo libero feci e sangue delle bestie nel mare sottostante. Il rivolo arrossa la scogliera e si spande in mare in una larga ondeggiante macchia bruna. Tra il macello ed il mulino c’è la discarica della munnezza che il camion ha raccolto nelle strade, dai muntoni di deposito e che i munnezzari riversano in mare, sbadilando dall’alto della scogliera. Sotto al dirupo la grigia e terrea macchia si allarga fino a lambire e confondersi con l’orrida chiazza bruna rossastra del macello. Alimentati da tanta materia organica, crescono ed ingrassano voraci pesci predatori.

A quell’ora la Finanza è in fondo al porto e la strada di fuga è sicura verso la spiaggia della Scala, dove si può tirare in secco il gozzo e scomparire con le spaselle nella cupa di Calastro. Accesa la miccia guardò dove era prima il banco per calcolarne lo spostamento. Lieve esitazione e la miccia corta, altrimenti il pesce scappa lontano quando la bomba tocca l’acqua, fece la sua opera e la bomba gli scoppiò nel gesto di lanciarla e la mano volò via. L’urlo di dolore seguì lo scoppio e nel silenzio della notte le grida del giovane figlio ai remi si sentirono da terra e in tanti corsero sul molo a portare aiuto e a vedere.

Ora nel salone del barbiere racconta la sua fesseria e l’opera della moglie che con l’olio di cucina gli ungeva il viso bruciato dalla fiammata, il braccio ancora con le bende, in cerca di giustificazione per il gesto maldestro. E non basta a riabilitarlo la pietà degli uditori, seduti nell’angolo del salone dove c’è il tavolino per la partita di tressette, ora interrotta per ascoltare il fatto, mentre il barbiere non visto scuote la testa in un gesto d’intesa col cliente dal viso insaponato sulla poltrona girevole e muto continua la sua opera, e tanti altri, prima spettatori della partita, in piedi contro il muro e anche qualche ragazzo affascinato dal racconto.

 

Alza il braccio Capaianca e Ciunchetiello percepisce il comando e il gozzo si sposta nella direzione indicata e Capaianca, curvo con la testa nello specchio allunga il braccio destro e impugna il lanzaturo e con questo fa segni lesti e netti ad inseguire la preda fino al gesto rapido del lancio. Recupera la sagola svelto e con circospezione e il polpo, a malapena infilzato perché filava veloce verso la tana rasentando i sassi del fondo, è issato in alto, variopinto rosso bruno perlaceo trofeo, sul lanzaturo. Per un poco Capaianca trattiene la preda grossa e maestosa sull’asta come bandiera e i pellegrini dalla terrazza alla vista applaudono e si chiamano a vedere la bellezza della preda. La trattativa è breve ed il polpo alla fine finisce affogato nella cucina di donna Rusina, tra la curiosità dell’ospite fatto ardito dal vino, che allunga l’occhio nel tegame e la mano a sfiorare il seno prosperoso della compiacente cuoca, intenta ancora a preparare pietanze per il pranzo prolungato dei pellegrini che solo a tarda sera, dopo spigole al forno, impepate di vongole veraci, fritture di triglie seppie e calamari e canti e brindisi, dove cade, faranno ritorno al paese di pacchiane da dove sono venuti.